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Una corsa per la vita

Updated: Jun 14, 2023


Dato che questo mese ricorre l'anniversario dell'incendio della Grenfell Tower ho pensato di tirare fuori dal cassetto questo breve racconto londinese scritto qualche tempo fa...


Appena rientrato a casa lo sguardo di Alessio cadde sulla scatola che conteneva le sue scarpe da corsa. Aprì il coperchio: erano nuove e pulite, aspettavano solo che si decidesse a calzarle.

Scosse la testa. “Stasera no,” si disse per l’ennesima volta “sono troppo stanco.”

Le scarpe le aveva comprate qualche settimana prima dietro consiglio di un compagno di studi che vedendolo sempre più stressato e depresso gli aveva consigliato di farsi una bella corsa di tanto in tanto per scaricare la tensione. Ma ogni giorno trovava una scusa per non farlo.

Buttò giù un panino insipido che aveva comprato da Tesco, si fece una tisana e si preparò per andare a dormire. Sperava di addormentarsi rapidamente, il giorno dopo aveva una montagna di cose da fare. Spense la luce ma cominciò a rigirarsi nel letto. Il materasso era vecchio e scomodo. Del resto in quell’appartamento che condivideva con altri 3 ragazzi - un taciturno studente di fisica turco, un aspirante attore scozzese con una grande passione per il whiskey e un parrucchiere polacco che si dava un sacco di arie - di comodo c’era ben poco. I mobili erano raffazzonati, il bagno e la cucina in comune e dato che la pulizia non era esattamente la priorità dei suoi coinquilini l’ambiente appariva sciatto, sporco e disordinato.

Vista la situazione degli alloggi a Londra non poteva comunque lamentarsi, era già una gran bella fortuna aver trovato quella camera in subaffitto grazie a un tizio dall’aria losca che sosteneva di lavorare per una fantomatica agenzia immobiliare di cui non esisteva però né un sito né un numero di telefono ufficiale. Se non altro il palazzo, un’enorme e altissima casa popolare grigia e malmessa, si trovava a Kensigton, una zona chichissima dove gli affitti di solito costavano un’occhio della testa. E dalla sua camera, che era al tredicesimo piano, si godeva una vista niente male sulla città.

Ma quel materasso era davvero scomodo e poi aveva troppi pensieri che gli giravano in testa, non riusciva ad addormentarsi.

Da quando, una decina di mesi addietro, era arrivato a Londra le cose sembravano andargli di male in peggio.

A furia di studio, passione e impegno, dopo la maturità e il diploma al Conservatorio era riuscito ad ottenere una borsa di studio per la Royal Academy of Music. Era stato un mezzo miracolo, ma invece di essere fieri di questo bel successo i suoi genitori si erano opposti fermamente al suo desiderio di continuare gli studi musicali. “Finirai col fare la fame, trovati un lavoro serio che ti dia di che vivere, il tuo oboe lo puoi tenere come hobby” gli ripeteva suo padre, che di mestiere faceva il geometra, gli voleva bene, ma era un uomo pratico e quella passione per la musica del figlio gli sembrava un capriccio pericoloso. Quanto a sua madre, insegnante di matematica in un liceo scientifico di Gallarate, la cittadina in cui era cresciuto, in vita sua era stata all’estero una sola volta, a Parigi, in occasione del suo viaggio di nozze: Londra le pareva una megalopoli minacciosa e lontanissima che avrebbe inghiottito suo figlio per sempre.

A peggiorare le cose, Francesca, con cui era fidanzato da quando avevano 16 anni e che studiava il clarinetto, non era riuscita ad ottenere la borsa di studio e ci era rimasta malissimo. Le tensioni tra loro si erano fatte sempre più pesanti e due settimane prima della sua partenza per Londra lei non solo l’aveva lasciato via sms, ma si era pure subito messa con un pallone gonfiato che studiava economia alla Bocconi. A dire il vero quella rottura un po’ se l’aspettava, in fondo sapeva di aver messo il suo amore per la musica davanti a quello che provava per lei, ma questo non gli impediva di sentirsi il cuore in frantumi.

L’unica ad essere sempre dalla sua parte era nonna Micol, la madre di sua madre. Donna estremamente energica e dal carattere un po’ eccentrico, aveva lavorato tutta la vita come bibliotecaria, era una gran lettrice, suonava il pianoforte e quando era piccolo lo portava ai concerti e cantava con lui i più famosi duetti delle opere di Mozart, Rossini e Verdi. Non capiva niente di computer e cellulari, ma poco prima che partisse per l’Inghilterra si era fatta comprare uno smartphone su cui aveva istallato whattsap: “Adesso non hai nessuna scusa per non darmi tue notizie.”

Una volta arrivato a Londra le cose avevano cominciato a farsi sempre più ingarbugliate. Innanzitutto si era reso conto che l’inglese imparato a scuola e in cui aveva sempre avuto ottimi voti era molto diverso dall’idioma parlato dai londinesi. Non solo apple si pronunciava proprio “apple”con la a e non “eppl”, come gli aveva insegnato la Professoressa Bernasconi, ma gli inglesi avevano un modo tutto loro di cantilenare le parole, rendendole incomprensibili. Doveva farsi ripetere ogni frase almeno due o tre volte e faceva regolarmente la figura del deficiente. Avrebbe voluto avere un telecomando magico capace di fare apparire i sottotitoli mentre i suoi interlocutori gli rivolgevano la parola.

Quanto alla sospirata borsa di studio, copriva effettivamente le spese legate all’Academy ma restava la questione spinosissima di dove andare ad abitare. Nei riempire i numerosi documenti di iscrizione gli era sfuggita la data di scadenza per la richiesta di un alloggio studentesco e ora gli toccava organizzarsi da solo un posto dove dormire, cosa tutt’altro che semplice in una città enorme e dai prezzi astronomici come Londra. In dieci mesi aveva già cambiato quattro case, sballottato con le sue due valige e la custodia dell’oboe da quartieri violenti in cui non era insolito farsi derubare sotto minaccia di coltello ad appartamenti infestati dai topi condivisi con altre sei persone e così lontani dall’Academy che gli toccava prendere un autobus e poi cambiare tre volte la linea della metropolitana.

Ma almeno a questo problema, al momento, aveva trovato una soluzione accettabile. Restavano comunque le spese per mangiare e mantenersi. Non era viziato e si accontentava dell’essenziale, ma a Londra non erano solo gli alloggi ad essere costosi: un cappuccino imbevibile in un bar qualsiasi costava tre pound e mezzo, quasi quattro euro.

Non voleva pesare troppo sui genitori, che già non erano contenti della sua decisione di partire, e aveva rifiutato con decisione la generosa proposta di nonna Micol, che di certo non nuotava nell’oro, di passargli un piccolo stipendio ogni mese.

Aveva quindi cercato degli allievi a cui dare lezioni di musica, ma dato che l’oboe era poco popolare aveva cominciato a dare lezioni di pianoforte, uno strumento che gli era sempre stato antipatico, forse a causa del Maestro Creperio, l’insegnante di pianoforte complementare al Conservatorio di Gallarate, che passava le lezioni chattando spudoratamente con la fidanzata per poi lamentarsi della mancanza di concentrazione degli studenti.

Gli allievi di Alessio abitavano tutti in zone diverse della città, per cui dalle tre del pomeriggio, ora in cui i bambini tornavano da scuola, cominciava a girare in metropolitana per andare da una casa all’altra. I suoi allievi erano in genere ragazzini viziati che studiavano in costosissime scuole private e avrebbero volentieri fatto a meno di suonare il pianoforte, progredivano poco o niente e durante le lezioni si annoiavano almeno quanto lui. I loro genitori poi lo trattavano come un lacchè, vivevano in case di lusso ma cercavano sempre di tirare sul prezzo delle lezioni e a volte si dimenticavano di lasciargli i soldi. Spesso nell’emergere da tre quarti d’ora di viaggio in metropolitana trovava un messaggio in cui gli veniva annunciato all’ultimo minuto che la lezione veniva cancellata perché la famiglia aveva deciso di andare a cena fuori o aveva comunque di meglio da fare.

Si rendeva conto di essere un adulto ormai e che finora era vissuto nella bambagia, ma affrontare tutte quelle difficoltà in un colpo solo era difficile e sempre più spesso si sentiva assalito da una stanchezza opprimente e da un desolante senso di solitudine. Quando parlava delle sue difficoltà con gli amici in Italia questi invariabilmente gli dicevano “Ma chi te lo fa fare, torna indietro, puoi proseguire gli studi qui, che ci fai tra quei trogloditi?” e via discorrendo.

Amici a Londra ancora non se ne era fatti.

Il peggio però era quello che gli succedeva all’Academy. Oltre al fatto che faticava a capire una parte delle lezioni per via del suo inglese zoppicante, il suo insegnante di oboe, un francese glaciale e pieno di sé ma obiettivamente molto componente, gli rendeva la vita amarissima. Per quanto studiasse duramente, sforzandosi di seguire tutte le indicazioni del maestro per migliorare la propria tecnica, il suo impegno non sembrava mai bastare. Si rendeva conto di avere ancora moltissimo da imparare e cominciava a chiedersi se ne era capace. Il livello dei musicisti dell’Academy era stratosferico, le prove d’orchestra, in particolare, gli facevano paura: una, massimo due e via con il concerto. Per gli inglesi era normale, ma in Europa i ritmi erano diversi e lui arrancava. L’ultima volta l’orchestra aveva messo in programma la Terza Sinfonia di Mahler in cui c’è un bellissimo solo di oboe che avrebbe dovuto suonare proprio lui. Mentre si preparava in camerino fu di colpo assalito da sudori freddi, tremori alle gambe e vertigini: all’inizio non capiva cosa gli stesse succedendo, ma Alvaro, un violista spagnolo, quello che gli aveva consigliato di correre, gli portò una camomilla e gli disse che anche lui soffriva di attacchi di panico. Da allora viveva nel terrore che la cosa si ripetesse e sempre più spesso gli veniva la tentazione di mollare tutto, tornarsene in Italia e fare contento suo padre con un bel diploma da geometra.

In quei momenti chiamava nonna Micol che non sembrava mai impietosirsi davanti alle sue lamentele, anzi, gli diceva di non fare il mollusco, di tenere duro e riusciva perfino a farlo ridere di tutti i suoi guai: “Che vuoi che sia una casa con qualche topo e una crisi di panico ogni tanto rispetto al privilegio di poterti dedicare alla musica? Non rinunciare alle proprie ambizioni, è l’unico modo per farcela. Se ti fai fermare dal primo roditore che passa o dal primo commento brusco di un maestro antipatico ti meriti proprio di passare la vita a occuparti di questioni catastali: ricordati che si vive una volta sola e non sappiamo nemmeno per quanto, il nostro tempo è troppo prezioso per passarlo a piangersi addosso, vai a studiare!”

Alessio si rigirò ancora una volta nel letto.

“È inutile, non riesco a dormire”. Diede un’occhiata al cellulare, la mezzanotte era passata da un pezzo. Accese la luce, si vestì alla bell’e meglio, si infilò le nuove scarpe da ginnastica e scese giù a correre.

L’aria della notte era frizzante, si vedeva la luna, c’era poca gente in giro. Era felice di essere uscito dal letto e partì bello spedito. Ma dopo pochi minuti, avendo percorso si e no mezzo chilometro, sentì il respiro farsi sempre più affannoso, il cuore gli batteva forte nel petto, pareva essere lì lì per scoppiare, la gola gli bruciava, aveva delle fitte ai fianchi. “Ora mi fermo” si disse, ma poi gli venne in mente nonna Micol che gli dava del mollusco e riprese anche se molto più lentamente, quasi camminando. Ogni tanto provava ad accelerare un po’ e doveva rallentare subito, ma di fermarsi non se ne parlava proprio. E neanche di tornarsene a casa con le pive nel sacco: sarebbe rimasto lì, avrebbe imparato a suonare l’oboe meglio del suo insegnante o sarebbe morto provandoci, rinunciare era fuori questione.

Fu lentamente invaso da una sorprendente sensazione di benessere unita a una profonda stanchezza. Si diresse verso casa, sicuro che adesso si sarebbe addormentato.

Guardò l’orologio, era l’una passata. Arrivò nelle vicinanze del suo palazzo e vide che proprio lì davanti c’erano quattro enormi macchine dei vigili del fuoco e che una piccola folla si era assiepata lì intorno.

La Grenfell tower, la sua casa, stava andando in fiamme.

Contemplò con sgomento e impotente orrore il dilagare dell’incendio, ad un certo punto i vigili del fuoco invitarono tutti i presenti a contattare i loro amici e conoscenti che vivevano nella torre per dire loro di evacuare, se potevano, senza attendere l’arrivo dei soccorsi. Cercò di telefonare ai suoi coinquilini ma non erano raggiungibili, mandò loro un messaggio pregando il cielo che si salvassero. Pensò alle centinaia di persone che vivevano in quella torre e con cui ci si scambiava spesso un saluto o qualche frase cordiale: un microcosmo tipicamente londinese di persone di ogni età, provenienti da tutte le parti del mondo. Aveva le lacrime agli occhi.

Lo sguardo gli cadde sulle sue scarpe da corsa. Se non fosse stato per loro anche lui adesso sarebbe stato in quel inferno. Si ripromise che per quanto piene fossero le sue giornate, avrebbe sempre trovato il tempo di fare un corsa per ricordare quanto preziosa e fragile sia questa nostra esistenza.

Tirò fuori il cellulare dalla tasca e scrisse un messaggio a nonna Micol: “Sono al sicuro, non ti preoccupare. E non mollo.”

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1 Comment


Margherita Fanin
Margherita Fanin
3 days ago

Trovato per caso. Proprio bello!


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